giovedì, gennaio 03, 2013

 

Una croata a Belgrado – parte 2

Ancora addormentata entrai in macchina dalla quale mi fu offerta una generica e rapida panoramica della città. Spostavo velocemente lo sguardo da un lato all’altro della strada sentendomi di nuovo una bambina di sette anni alla quale avrebbero nuovamente chiesto di ripetere il giuramento della prima elementare. Intorno a me c’erano delle scritte in cirillico, l’alfabeto ufficiale della Serbia, il quale nel sistema scolastico della mia defunta nazione era obbligatorio studiare. Io lo studiai in terza elementare. Da quel momento in poi non ne sentì più parlare. Fino a quella piovosa giornata.


Nel traffico caotico della capitale serba la maggior parte delle macchine mi sembravano uscite da un museo. Notai una golf, la prima costruita dalla Volswagen, un modello in cui per l’ultima volta entrai negli anni ottanta, il giorno in cui un collega di mio nonno mi portò a casa dalla scuola materna. La sua macchina era di colore arancione e io ero seduta sul sedile posteriore. Anche l’architettura non mi lasciò indifferente con i suoi palazzi, alcuni dei quali davvero singolari. Notai un antico edificio con delle particolari finestre. Gli abitanti del posto lo chiamano “televisore”. Ricorda i televisori di una volta. Quelle che dietro erano profonde e davanti sembravano incorniciate.

Al risveglio del giorno dopo rimasi incredula. Mi affacciai alla finestra sotto la quale, sul prato vidi dei signori anziani con due casse di peperoni rossi pronti per essere arrostiti sul fuoco. Tentai di trasmettere la mia incredulità agli altri abitanti della casa in cui dormivo ma non capirono il mio stupore. Per loro era una scena quotidiana. Più tardi, lontano da tutti cominciai a pensare alla cucina. Non c’era niente di male nel preparare una deliziosa salsa piccante a base di peperoni, la quale fa parte della loro tradizione culinaria ma un quadro simile sotto la mia finestra milanese non si potrà mai vedere, perché? Forse per paura di apparire diversi, di farci prendere in giro oppure pensiamo che sarebbe un comportamento inappropriato? Se fosse così chi la stabilito?

Archiviata quella che mi sembrava una scena bizzarra o di altri tempi e bevuto il caffè ero pronta per fare colazione. Già mi immaginavo un dolcetto, quando mi trovai davanti agli occhi una bottiglia di grappa e del prosciutto, il tutto rigorosamente fatto nelle campagne dei dintorni. Provai a protestare ma alla fine decisi di cedere, in fondo rifiutare le loro regole mi sembrava scortese e così non solo mi abituai a tutto questo ma finì per amarlo. A dire il vero sono così tanti anni che mi sveglio con del dolce che non ho mai preso in considerazione di provare il salato. Mi chiedo: la nostra mente è così abituata ad una direzione che proprio non riesce a intravederne un’altra?

I giorni passavano e io scoprivo sempre di più il mio nuovo mondo. Facevo delle passeggiate lungo il Danubio accertandomi di persona della disponibilità delle persone che incontravo. Senza che chiedessi il loro aiuto, vedendomi in difficoltà, mi davano delle utili informazioni turistiche oppure mi aiutavano a ritrovare la strada che erroneamente avevo smarrito. Con una spontaneità disarmante, sempre meno presente nel mondo dal quale provengo.

Nonostante abito in una città che conta due milioni di abitanti circa, a volte è possibile incontrare un viso familiare e così un giorno incontrai un caro conoscente di cui ho sempre amato il senso dell’umorismo e l’intelligenza. Felici del nostro incontro decidemmo di pranzare insieme. Arrivati al dolce, mi disse: “Vedi, in questa città ognuno recita un ruolo, peccato non si siano resi conto che è sempre lo stesso” e rise.

Ultimamente si sente spesso parlare degli effetti della chirurgia estetica che porta sempre di più all’omologazione. E se anche la nostra interiorità fosse invasa da un bravo chirurgo che nel corso degli anni tenta di renderci sempre più simili fra di noi? Come direbbe Laura Kipnis, una nota sociologa americana: titolari di passaporto, prigionieri di noi stessi.

Nel 1941, il filosofo tedesco, Erich Fromm, nel suo saggio, “Fuga dalla libertà” ha scritto: “Rinunciare alla spontaneità e all’individualità significa soffocare la vita”. Siamo davvero disposti ad arrivare a questo?

Le persone che mi conoscono bene sanno quanto amo nei miei viaggi vivere la comunità locale. Mi piace gironzolare nei supermercati per vedere i loro prodotti, visitare mercati, mangiare nelle trattorie tipiche del luogo e usare i mezzi pubblici. Proprio loro. La strada che percorrevo quasi quotidianamente era sufficientemente lunga da darmi il tempo di osservare le persone. Oltre ad un sistema di obliterazione dei biglietti altamente tecnologico e funzionale, con mio grande piacere e dispiacere allo stesso tempo, notai una scena che non vedevo da anni. Ad una fermata entrò sull’autobus una signora anziana alla quale, immediatamente, un ragazzino, avrà avuto dieci anni, cedette il posto. Un bell’esempio di educazione e rispetto.

Il fatto che una nazione sia economicamente più debole la rende più portata a mantenere quei valori che una volta ci venivano insegnati? E ancora, il benessere da cui noi siamo circondati ci ha resi paradossalmente più poveri, opportunisti e privi di valori? Le mie serate serbe non erano all’insegna dei locali chiassosi e della musica ad alto volume. Erano caratterizzate dalla socializzazione, un concetto che a primo impatto può sembrare banale ma pensateci bene, quando è stata l’ultima volta che avete veramente ascoltato una persona a voi cara?

Passavo le mie serate seduta sulla poltrona, avvolta da una calda coperta e dal silenzio dell’ambiente esterno, interrotto soltanto occasionalmente dal miagolio dei gatti. Per un istante mi era sembrato di stare lontano dalla civiltà. Il televisore era spento e la mia attenzione pienamente rivolta verso i vari argomenti che spaziavano da quelli leggeri a quelli profondi. Parlavamo in modo costruttivo senza che, come spesso accade, qualcuno dei presenti cercasse di dominare o di imporre la propria opinione. Ognuno di noi aveva uno spazio in cui esprimersi ed essere ascoltato.

Non molto tempo fa ero in macchina con due amiche. Parlavamo delle relazioni. Per quasi tutto il viaggio ci sembrava di trovarci su delle posizioni differenti e in completo disaccordo. Essendo delle degne rappresentanti di questa epoca moderna o post-moderna, come è stata definita dai sociologi, mentre parlavamo, in contemporanea ci dedicavamo alle altre attività, quali rispondere ad una importantissima chiamata oppure leggere un comunicato virtuale al quale non potevamo proprio rinunciare. Risultato? Tutte e tre in realtà esprimevamo lo stesso concetto con parole diverse ma eravamo talmente distratte che non ci siamo accorte, rischiando di discutere e rovinarci la giornata.

Conosco addirittura una persona la quale era così impegnata nelle varie comunicazioni in contemporanea che, una volta uscita dal supermercato a posto di prendere il guinzaglio del suo cane, erroneamente ha afferrato quello di un altro portandosi appresso per un tratto di strada un cane non suo. Quando mi ha raccontato questo episodio, si è giustificata dicendomi che i due cani erano quasi identici. Il più delle volte pur non conoscendo nulla o quasi di alcune nazioni, le classifichiamo come appartenenti al terzo mondo. Spesso proviamo dispiacere per i loro abitanti, i quali non possiedono dei vestiti firmati, macchine di lusso, non hanno le possibilità economiche per fare dei viaggi oppure andare nei ristoranti. E se dopotutto è la nostra cultura quella per cui dobbiamo provare il vero dispiacere?

Il mondo è un esame, senza il quale non saremo in grado di stabilire se siamo capaci di elevarci alle esperienze dirette. Anche la nostra vista è fondamentale, per vedere se sappiamo guardare oltre. La materia, essa ci serve per esplorare la curiosità ma è il dubbio il nostro principale alleato. Necessario per misurare la vitalità.


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